Affianchiamo gli operatori del sistema giudiziario nello svolgimento di indagini scientifiche su eventi delittuosi o incidentali.

Applichiamo le metodologie più avanzate della scienza forense, riconosciute come affidabili dai principali e più qualificati laboratori internazionali.

Si tratta delle uniche tecniche in grado di ridurre in modo significativo il rischio di errori giudiziari.

A seguire si riportano due casi di tragici errori giudiziari che rendono evidente quanto sia necessario un approccio rigoroso e scientifico all’analisi della scena del crimine.

Il caso Timothy Evans

 Timothy Evans (al centro, scortato da due poliziotti, dopo aver ascoltato il verdetto di condanna a morte, dicembre 1949) era un camionista gallese accusato dell’omicidio della moglie Beryl e della figlia neonata Geraldine nella loro residenza a Notting Hill, Londra. 

Nel gennaio 1950, Evans fu processato e giustiziato per impiccagione. Il processo vene celebrato in soli tre giorni e molte prove chiave furono omesse o mai mostrate alla giuria. 

Evans venne dichiarato colpevole: la giuria impiegò solo 40 minuti per prendere una decisione. Dopo un fallito tentativo d’appello il 20 febbraio, Evans fu impiccato il 9 marzo 1950. 

Durante il processo, Evans accusò il suo vicino John Christie, principale testimone dell’accusa nel caso contro di lui, di aver commesso gli omicidi. 

Tre anni dopo l’esecuzione di Evans, Christie fu ritenuto un serial killer che aveva assassinato diverse altre donne nella stessa casa, tra cui sua moglie Ethel

Christie fu condannato a morte e, in attesa dell’esecuzione, confessò di aver ucciso la signora Evans. 

Un’inchiesta ufficiale concluse nel 1966 che Christie aveva assassinato la figlia di Evans, Geraldine e ad Evans fu concessa la grazia postuma.

L'omicidio di Jill Dando

Alle 11.32 del 26 aprile 1999 una giovane donna venne uccisa con un colpo di pistola alla testa sulla porta della sua casa di Gowan Avenue, Londra. Il corpo fu notato un quarto d’ora più tardi da una vicina di casa: la polizia venne avvertita telefonicamente verso le 11.47 e, da quel momento, ebbe inizio una delle più imponenti e costose operazioni investigative del secolo.

Raphael Rowe, giornalista della BBC e conduttore di documentari investigativi, aveva una storia personale straordinaria: era stato ingiustamente incarcerato per 12 anni, prima di essere assolto. Questa esperienza personale gli diede una sensibilità unica verso gli errori giudiziari e lo spinse a prendere a cuore il caso di Barry George, condannato per l’omicidio di Jill Dando.

Rowe guidò un’indagine approfondita per un documentario di Panorama, concentrandosi sulla domanda cruciale: nuove prove avrebbero potuto cambiare il verdetto del processo contro George? Durante l’indagine, intervistò George telefonicamente, ascoltando le parole di un uomo sofferente e disperato, che dichiarava di essere “bloccato, angosciato, in tormento”.

Determinato a fare luce sulla verità, Rowe portò i fascicoli del caso in Italia per consultarli con Marco Morin, uno dei massimi esperti mondiali in balistica forense. Morin arrivò a una conclusione chiara e definitiva: la singola particella microscopica, presunto residuo dello sparo, che rappresentava l’unica prova forense contro George, non avrebbe mai potuto giustificare una condanna, essendo indistinguibile da residui provenienti da altre fonti.

Le scoperte di Rowe furono centrali nel processo di appello, che portò prima alla cancellazione della condanna nel 2006 e poi all’assoluzione definitiva di George nel 2008. Per Rowe, questo caso rappresentava non solo un’indagine giornalistica, ma anche una battaglia personale contro le ingiustizie che lui stesso aveva vissuto.  (cfr. L’omicidio di Jill Dando )

Giustizia ed errori giudiziari

Alla luce dei tragici errori giudiziario che hanno coinvolto Timothy Evans e Barry George, risulta evidente quanto sia cruciale un approccio rigoroso e scientifico all’analisi della scena del crimine. Le indagini devono saper cogliere i segnali lasciati dall’autore del reato:

“La scena del crimine è una forma di comunicazione tra l’autore del crimine e l’investigatore; la capacità di quest’ultimo di comprendere il linguaggio dell’autore determina l’efficacia delle sue indagini.” [Fabio Delicato]

Questa prospettiva trova fondamento nel principio dell’interscambio di Locard, secondo cui ogni contatto tra due oggetti comporta uno scambio reciproco: ogni individuo che commette un crimine lascia tracce di sé sulla scena del delitto, mentre, simultaneamente, elementi della scena rimangono impressi sull’autore dell’azione criminosa. Locard osserva chiaramente:

“…non è possibile al malfattore di agire, e specialmente di agire con l’intensità richiesta dall’azione criminale, senza lasciare una molteplicità di marchi del suo passaggio…” [Edmond Locard, Traité de criminalistique. Tome premier. Les empreintes et les traces dans l’enquête criminelle, Lyon, 1931]

Questi due casi testimoniano, tragicamente, come errori nell’interpretazione o nella raccolta delle tracce possano condurre a condanne ingiuste. Solo attraverso un’analisi metodica, scientificamente fondata e rigorosa della scena del crimine è possibile ridurre il rischio di ingiustizie, assicurando che le indagini servano realmente la ricerca della verità e la giustizia.

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